sabato 9 agosto 2014

La giustizia sociale non ha nazionalità

La storia di Fouzia 



Uno jiab chiaro le racchiude il viso dai tratti gentili, senza nasconderlo.  Fouzia ha una voce quieta e ad un tempo combattiva  e piena,  sembra vibrare quando racconta della sua battaglia di sopravvivenza.
Da Casablanca, in Marocco, la sua città di origine, si è portata come bagaglio una laurea in giurisprudenza e, con essa forse, la caparbietà per non arrendersi.
«Sono arrivata con mio marito dal Marocco in Italia nel 2001 e in Calabria nel 2006,  le mie due figlie sono entrambe nate a Varese».  Con il divorzio nel 2009,  Fouzia si è ritrovata sola con le sue figlie, di cui la maggiore con una grave disabilità.  
«Mi sono da subito rivolta alla Caritas, lì i volontari  hanno fatto sempre quello che hanno potuto. Ero in grave difficoltà per pagare l’affitto e per trovare per mia figlia un centro che si occupasse di lei– racconta Fouzia -  A volte trovavo  qualche lavoro saltuario ma è difficile con mia figlia poter conciliare il lavoro fuori casa e quello  di cura familiare. Sono da sola. Qui non ho parenti». 
Ad accrescere lo stato di difficoltà,  lo sfratto a causa di un affitto che non poteva pagare. Nel 2010 l’incontro con l’avvocato Francesco Nucara. «Con un lui abbiamo intrapreso una  battaglia, ha fatto delle cose incredibili e sono contenta del  percorso che abbiamo fatto».  Dopo una lettera al Presidente della Repubblica, due sentenze del TAR e il Consiglio di Stato, le è stato riconosciuto il diritto ad un alloggio, nonostante i ricorsi e le opposizioni del Comune di Reggio Calabria.
«Mi sono rivolta più volte all’assessorato  all’edilizia del Comune ma ho ricevuto solo promesse – racconta con rammarico Fouzia – l’ultima volta mi risposero che come straniera non avevo diritto ad una casa».
Una risposta che turba e  ferisce. « E’ vero, siamo marocchini ma le mie bimbe sono nate entrambe in Italia. Con la patologia di mia figlia non posso tornare indietro». 
Anche oggi che finalmente il Tribunale le ha  assegnato un alloggio confiscato per il quale pagherà un canone sociale, qualcosa turba la sua felicità.   
 «Ringrazio tutti coloro che mi hanno sostenuta, i volontari, il tribunale, che hanno fatto in modo che non rimanessi in mezzo ad una strada con le mie figlie.  L’unica cosa che mi ha fatto male è sentire dire che noi stranieri siamo più aiutati degli italiani». Una guerra tra poveri che Fouzia non comprende. 
«Siamo tutti persone in carne e ossa, quando ho deciso di far pubblicare la mia storia non volevo cercare pietà o farmi pubblicità -  continua – volevo solo far sapere dell’ingiustizia che si stava perpetrando soprattutto contro una bambina disabile».  
Fouzia adesso si sente meno sola, anche dopo l’incontro con i volontari del Centro comunitario Agape e la nascita prima del Comitato madri in difficoltà e poi della cooperativa Sole Insieme. «Incontrare il dottor Nasone (presidente dell’Agape, n.d.a) è stato come  conoscere qualcuno di famiglia». 
E aggiunge «Sarebbe più giusto però che siano le istituzioni a  risolvere situazioni di disagio come la mia e non lasciare tutto addosso alle associazioni di volontariato».



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